“Definirei la bioinformatica come un campo interdisciplinare che unisce la biologia e l’informatica per analizzare dati biologici tramite modelli matematici e statistici avanzati”, spiega con scioltezza Elena Del Pup, giovane studiosa italiana attualmente dottoranda in Bioinformatica all’Università di Wageningen nei Paesi Bassi e nel 2024 inserita da Forbes nella classifica giovani leader del futuro nella categoria “Impatto sociale”.

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E fin qui potrebbe sembrare un mondo distante dal quotidiano, qualcosa da laboratorio. In realtà ”è una strategia che può voler dire scoprire nuovi farmaci in una maniera completamente diversa”. Magari nuovi antibiotici, considerato che sempre più batteri si dimostrano resistenti alle cure.”Non si tratta più di affidarsi alle librerie chimiche delle aziende farmaceutiche, che vengono impiegate per combinare associazioni già note, ma di ampliare l’orizzonte. Ad esempio, io mi occupo di analizzare i genomi delle piante e usare i Big Data per generare delle ipotesi promettenti poi da validare ovviamente in laboratorio”, spiega la ricercatrice. Come a dire che le aziende tendono a remixare tracce note (delle loro librerie), mentre i bioinformatici fanno jazz, ovviamente senza tradire le regole della musica.

”La novità nel campo della bioinformatica forse è il fatto che non si limita più solo all’analisi dei dati, quindi non interviene solo alla fine del percorso di studio del laboratorio ma viene utilizzata sempre di più, grazie ad Intelligenza Artificiale e machine learning, come uno strumento predittivo per generare nuove ipotesi di ricerca, guidando i biologi verso esperimenti più mirati e riducendo i tempi e costi di sviluppo. E poi quando si pubblica una ricerca, di fatto un software, questo è open source e può essere usato potenzialmente da tutti”.

I settori di elezione oggi – anche per volumi di investimento – sono la farmaceutica, l’alimentare e l’agricoltura. ”Io sono partita con le biotecnologie vegetali, nello specifico la selezione di nuove colture – insomma ricerca nella biodiversità agricola. Non si tratta di ogm, ma solo di un lavoro antico iniziato dalle prime comunità agricole, oggi fatto con strumenti più moderni. Tramite la bioinformatica possiamo scoprire quali sono le zone nel genoma, ad esempio di una patata, dove abbiamo più probabilità che ci sia quella caratteristica agronomica che ci interessa, come la resistenza alle malattie o a stress ambientali”. Del Pup ci tiene a sottolineare che è un gioco di statistica sofisticata più che alchimia distopica: “Perché nell’industria, ogni industria, non ci si può permettere di sperimentare sempre dal vivo ogni percorso o strada possibile. A volte non si riesce neanche a immaginare”.


E forse non immaginava neanche lei, classe ‘98, che dopo il liceo scientifico la tortuosa ascesa accademica l’avrebbe portata da Scienze agrarie e Biotecnologie vegetali, che ha studiato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, al master in Plant Sciences con specializzazione in Plant Breeding and Genetic Resources presso l’Università di Wageningen e poi a Stanford, negli Stati Uniti, per un tirocinio di ricerca presso il Carnegie Institution for Science. ”Inizialmente avevo deciso di studiare puramente innovazione più agro che alimentare, ma poi sono passata alla bioinformatica legata all’agricoltura, alla genetica delle piante. Ora sono al secondo anno di dottorato in Olanda, quindi a metà percorso, però sono diventata pienamente una bioinformatica quando sono stata a Stanford. Lì il nostro istituto aveva collaborazioni con colossi come ad esempio i laboratori Google X. E se è vero che in precedenza avevo fatto mille corsi di programmazione, lì ho iniziato davvero a programmare”.

Parlando di industria agricola e alimentare verrebbe da chiedersi perché, per approfondire il percorso di studi scegliere l’Olanda e non l’Italia, che su questi fronti esprime tradizionalmente eccellenze riconosciute in tutto il mondo. ”So che sempre più poli universitari italiani offrono percorsi in bioinformatica, anche master. Ma in Olanda c’è una relazione diversa tra ricerca e imprese. Anche le piccole hanno fiducia nell’innovazione, mentre in Italia c’è un po’ di diffidenza. Se parlo con un agricoltore o un selezionatore di sementi olandese dimostrano di avere competenze da genetista e bioinformatico. È un altro mondo che mette insieme i piccoli e anche grandi multinazionali come Unilever – che ha un centro ricerche proprio qui”.