In un futuro non tanto lontano, di questo passo, un qualunque cittadino medio del mondo sarà più povero del 40% rispetto ad oggi. La colpa? Gli effetti del riscaldamento globale. Uno scenario, questo, che potrebbe tranquillamente valere per un bambino nato in questi anni ma che nel 2100 si ritroverà – a differenza dell’attuale popolazione – ad essere decisamente più povero. Il perché lo raccontano alcuni ricercatori australiani che in uno studio intitolato “Riconsiderare il danno macroeconomico del riscaldamento globale” tentano di tracciare alcune previsioni a seconda dei modelli climatici e delle attuali politiche relative al clima in vista del futuro.

Ad oggi, come sappiamo, abbiamo superato la famosa soglia dei +1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali e gli effetti, dalla siccità africana sino alle inondazioni in ogni parte del mondo – compresa la Grecia sommersa in questi giorni dalle alluvioni – sono ormai ben visibili ogni giorno. In futuro, se non riusciremo a frenare le emissioni di gas serra in atmosfera, quelle che aumentano il surriscaldamento globale, potremmo arrivare intorno al 2100 a +4 gradi. In quel contesto, una “persona media sarà più povera del 40%”, in sostanza quasi quattro volte di più rispetto ad alcune stime generali che sono state fatte sulle condizioni economiche previste fra settant’anni. Il nuovo studio sostiene infatti che i modelli economici usati e proposti finora hanno sistematicamente sottovalutato l’impatto del riscaldamento globale sullla sicurezza alimentare e la ricchezza delle persone. Anche se riuscissimo a mantenere il global warming entro i +2 gradi gli scienziati australiani suggeriscono che il PIL pro capite medio in tutto il mondo sarà “ridotto del 16%”, una cifra decisamente peggiore rispetto a stime passate che indicavano come la riduzione sarebbe stata solo dell’1,4%. Attualmente, dicono gli ultimi dati, stiamo proprio andando verso il superamento dei 2°C, cosa che potrebbe avvenire nell’arco di poche decine di anni.

Il problema, sostengono nello studio pubblicato su Environmental Research Letters i ricercatori australiani dell’University of New South Wales guidati dal professor Timothy Neal, è che stiamo sottovalutando ciò che questo comporta. Finora infatti – scrivono – è prevalso per calcolare i rischi un modello di valutazione integrata in cui non si sono mai davvero sottolineati gli aspetti più estremi legati all’aumento delle temperature. Per questo il nuovo studio prende i modelli usati finora e li arricchisce delle nuove previsioni e dei nuovi studi sui cambiamenti climatici in modo da tenere dentro anche gli impatti che gli eventi estremi possono avere per esempio sugli approvvigionamenti globali di cibo. “In un futuro più caldo, possiamo aspettarci interruzioni a cascata della catena di approvvigionamento globale innescate da eventi meteorologici estremi in tutto il mondo” sottolinea Neal. Gli esperti suggeriscono di riorganizzare dunque gli attuali modelli economici inserendo soprattutto i valori degli “estremi”, dai fenomeni meteo alle proiezioni, registrati finora. Questo include smontare uno dei concetti dei modelli attuali: ovvero che se il cambiamento climatico per esempio impatti sull’agricoltura di un luogo solo in maniere locale e che le coltivazioni potranno comunque essere sviluppate da un’altra parte. Gli eventi estremi e le previsioni future indicano infatti come la crisi del clima colpirà ovunque: se si considera questo, la catena delle risorse alimentari subirà enormi perdite, andando ad impattare direttamente sulle tasche e le disponibilità dei cittadini.